Università, sedi distaccate: in vista tagli e chiusure
Non c’è provincia che non abbia una sede universitaria. Invocata dai politici locali come una «conquista» e una «opportunità per il territorio», in realtà le tante “università di campanile” spesso sono nate sulla spinta di interessi locali, di congreghe e cordate accademiche, in risposta a logiche di potere.
Poco importavano gli sprechi, il servizio scadente, la mancanza di laboratori, l’assenza di ricerca. Tranne qualche eccezione, il livello è scadente. Su 79 atenei, l’Italia conta 268 sedi universitarie distaccate. Università “ad personam”, ancora prima di avere uno studente, un professore, un libro, un laboratorio.
Alcune hanno pochissimi iscritti. Ma in tempi di vacche magre, con il ministro Tremonti che taglia risorse, la lotta agli sprechi per ogni rettore diventa una necessità ineludibile. Anche perché il ministero è pronto a un giro di vite contro la proliferazione.
In una nota riservata firmata dalla Gelmini e indirizzata ai capi di ateneo si chiede conto del numero estremamente elevato e difficilmente sostenibile delle sedi, sottolineando che sottraendo a questi numeri i corsi di area sanitaria, obbligatori perché in convenzione con le Regioni, si scopre che sono 57 i Comuni d’Italia che vantano una sede accademica di piccole dimensioni. Per l’esattezza sono 33 i Comuni con un solo corso di laurea e 24 con due.
Fanno parte del primo gruppo Iglesias, Vinci, Ariano Irpino, Ceccano, Avezzano, Baronissi, Torre del Greco, San Pietro in Cariano, Cava de’ Tirreni, Cesenatico e altri ancora.
Del secondo gruppo, invece, quello con due corsi di laurea, Jesi, Portogruaro, Matelica, Noto, Ragusa, Bra, Sesto San Giovanni, Verres, Faenza e altri. Ovviamente ci sono realtà che funzionano, ma in generale le carenze sono molte.
Ancora nessuno si sbilancia, al Miur sono cauti, ma pare che un 30-40% di questi corsi verrà soppresso e altri verranno accorpati.
I Comuni con uno o due corsi di laurea, dunque, sono in totale 57. Ma abbiamo detto che il Miur, complessivamente, ha censito 268 sedi universitarie distaccate: mini-atenei attivati in comuni diversi da quello che ospita la sede principale.
«Queste sedi sono spesso servite a “sistemare” i professori – sostiene Guido Fiegna, membro del Comitato nazionale di valutazione – Non voglio generalizzare, però molte di queste sedi hanno la funzione di “dottorifici”, non sono vere università.
L’università, infatti, si misura sulla capacità di ricerca, che invece manca. Oggi l’unica via d’uscita è quella di mettere un’asticella, fissando degli standard. Così si distinguono le università di serie A da quelle di serie B. Non è che, senza organizzazione, mezzi, laboratori e biblioteche, chiunque può pensare di coprire da Ingegneria a Scienze motorie».
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alla fine in questi casi non resta che rivolgersi alle univ telematiche. io per non trasferirmi a roma ho studiato giurisprudenza all’unisu e alla fine mi sono trovata bene. ma non sarebbe giusto aprire delle facoltà anche sul nostro territorio?
A breve verrà ridotto anche il numero delle università “telematiche”, perché anche lì guarda caso sono nate delle fabbriche di lauree, con strutture e corpo docente al di sotto del minimo della decenza.
Quanto alle università sul territorio: in Italia di università scadenti ce ne sono già a decine, non credo che realizzare una università con pochi fondi, senza agganci con la realtà anche produttiva locale, senza laboratori, linee di ricerca, borse di studio finanziate dal territorio e tutto questo solo per offrire ai marsicani la possibilità di studiare “sotto casa” sia diverso dall’aprire l’ennesima sede distaccata della Sapienza a, faccio per dire, Scurcola Marsicana.
Il polo distaccato unical ha 400 iscritti e 18 ricercatori nominati direttamente dal miur.Motivi politici hanno causato la sospensione per quest’anno.Non ci sono stati nuovi immatricolati.Qualcuno mi sa dire se abbiamo qualche possibilità di riuscire ad ottenere l’attivazione dei corsi e come?