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Sanitopoli: Del Turco rinviato a giudizio
L’ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, e’ stato rinviato a giudizio dal gup del tribunale di Pescara, Angelo Zaccagnini, nell’ambito dell’inchiesta sanitopoli.
Del Turco e’ accusato di associazione per delinquere, corruzione, abuso, concussione, falso, in seguito alle dichiarazioni dell’ex titolare della clinica privata ‘Villa Pini’ di Chieti, Vincenzo Angelini, che rivelo’ ai magistrati di aver pagato tangenti per un totale di circa 15 milioni di euro ad alcuni amministratori regionali in cambio di favori.
Il gup ha rinviato a giudizio per tutti i reati anche gli altri 27 imputati, tra cui lo stesso Angelini, il parlamentare Sabatino Aracu, l’ex segretario generale della Regione, Lamberto Quarta, gli ex assessori regionali, Antonio Boschetti e Bernardo Mazzocca, l’ex capogruppo del Pd alla Regione, Camillo Cesarone, l’ex manager della asl di Chieti, Luigi Conga.
Il processo a loro carico prendera’ il via il 15 aprile prossimo.
Del Turco, ancora malagiustizia
Sembra fatto apposta. Si discute tanto di intercettazioni selvagge e violazione della privacy ed ecco che la procura di Pescara, in grandissima difficoltà per l’inchiesta flop che ha decapitato la giunta abruzzese e arrestato Ottaviano Del Turco (non ci sono prove delle mazzette, il grande accusatore è stato arrestato per bancarotta dalla procura di Avezzano) combina un pasticcio.
Del Turco: nel PD predomina la viltà
“‘La virtù che prevale del Pd è la vilta”, così l’ex presidente della regione Abruzzo in un’intervista a Diva e Donna alla vigilia della udienza preliminare che si terrà al Tribunale di Pescara il 12 maggio, in conseguenza della inchiesta sulla sanità che nel 2008 gli è costata il carcere.
‘È un sollievo per me, dice Del Turco riferendosi all’evento giudiziario. ‘Finalmente ci sarà un giudice terzo che potrà esaminare col distacco necessario ciò che è avvenuto. In me prevale la felicità per il fatto che quella che sembrava una valanga di prove è diventata una valanga di dubbi e per il fatto che si può anche sperare di veder riconosciuta la ragione in un Paese civile.